benvenuti nel nostro angolo di mondo!

Io sono mamma Michela e Nicole la bimba o "mimma" come diceva lei da piccolina,ma ci sono anche papà Orso,la tataElisa,il tatoGabriele,i gatti Garfield e Susy,Sara,il cane Lucky e la cricetina Chiara...tutti assieme formiamo "la banda del cucchiaio di legno"!ci definiscono un pò "pittoreschi" e lo prendiamo come un complimento,di sicuro facciamo le cose come ci dice la nostra testa e il nostro cuore in barba alle critiche!
Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l'accende, vado in un'altra stanza e leggo un libro. Groucho Marx

giovedì 21 giugno 2012

Il pensiero degli elfi sull'educazione dei bambini

IL PENSIERO SULL'ISTRUZIONE DEI BAMBINI DI MARIO CECCHI DEL VILLAGGIO DEGLI ELFI DI PISTOIA: Come siete organizzati con i bambini: quale educazione, quale comunicazione sociale e quale futuro immaginate per loro? Bella domanda che merita una risposta altrettanto bella. Proprio questo è il punto in cui ci misuriamo nel prossimo futuro; è un terreno ancora difficile da sviscerare poiché incontriamo ancora molte difficoltà. Una cosa è la teoria, un’altra la pratica. Sulla teoria siamo abbastanza chiari e consapevoli, nella pratica è difficile coniugare tutte le esigenze e mettersi alla pari con i bambini: ascoltare, rispettare i loro bisogni, mantenere vivo il loro interesse, la loro innata vivacità, la loro curiosità e sete di conoscenza. Ogni genitore queste cose le sa, ma si scontra con le esigenze della vita quotidiana, con il lavoro nell’orto, gli animali, la preparazione dei pasti etc. Ogni giorno, ogni ora ci sono molte cose da fare: relazionarsi tra adulti, visitatori, spettacoli, cerimonie, incontri… Insomma la vita non è assolutamente monotona. Ma i figli in tutto questo cosa c’entrano, non l’hanno mica chiesto loro. Quali sono le loro esigenze? Allora partiamo da lì: capire quello che ci stanno chiedendo. I° segreto della relazione: l’ascolto, la nostra disponibilità. Quando c’è questo il bambino non fa i capricci, non piange per attirare l’attenzione, non si ribella, è contento. II° segreto: segue il tuo esempio. Se dici una cosa poi ne fai un’altra, non capisce o, perlomeno capisce così. Non c’è identità tra quello che uno dice e poi fa, c’è schizofrenia. Questo succede tante volte ed è difficile ammetterlo, giustificare e dare spiegazioni. III° segreto: non sentirsi in colpa, non abbassare la propria autostima. Sì, è vero, se ho sbagliato l’ho fatto per rabbia, per errore, per distrazione, per… E’ sempre un motivo che il bambino può capire, che fa parte della relazione tra umani, dell’intimità, della solidarietà, della complicità, della sincerità. Lui queste cose le ha ben chiare e le accetta. Ammettere il proprio errore è un atto di umiltà che lo fa sentire importante. IV° segreto: manifestarsi per quello che si è, in modo autentico e naturale. Non atteggiarsi e non modificare la propria voce perché si è in presenza di un bambino. E’ una persona come noi, capace in tutti i sensi, più sviluppato nell’introspezione, nel percepire interiormente al di là delle parole e dei gesti; capisce qual è il tuo reale sentimento, se condividi, accetti o se fai il contrario, capisce il tuo animo. Non fingere perché gli insegni a non essere vero, gli insegni la falsità. V° segreto: l’umiltà, lo spazio per il dubbio. Non dire sempre è così o si fa così, senza ombra di dubbio, con una determinazione e risolutezza che non ammette repliche. Riceve come messaggio la presunzione, l’arroganza, l’intolleranza verso la diversità. Il mondo non è unipolare, è multiforme, multicolore, è un arcobaleno di ideali, ognuno possiede una parte di verità, bisogna imparare ad accettare e a rispettare anche quella degli altri. VI° segreto: non pretendere che egli diventi come te, come tu vorresti, che abbracci quella filosofia, quella religione, quella tendenza. Egli è se stesso e sa cosa scegliere. Se cerchi di influenzarlo lo spingi verso l’opposto di quel che vorresti, gli neghi o metti in dubbio la sua capacità-dignità. Devi dargli informazioni nel modo più neutro possibile, lasciarlo libero di scegliere. Allora, organizzarsi per “educarli” a modo nostro in base a questi principi, non richiede l’ufficializzazione del momento scuola, né l’intervento della supposta autorità, il maestro che si accolla tale incarico. Ogni momento è valido ed è nel rapporto quotidiano con la vita, con l’esperienza, con gli adulti, con gli altri bambini. E’ creare opportunità per l’apprendimento, è farlo crescere sano e felice in un ambiente che riflette queste condizioni, è fargli vivere relazione umane, affettive degne di questo nome, è volergli bene come si è capaci di fare, spontaneamente, ma anche restando critici verso se stessi. Educare il bambino significa in primo luogo educare se stessi, i genitori. Egli assorbe ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, ti mette alla prova, ti stimola fino a farti perdere la calma, vuol provare i tuoi limiti. A volte ti senti impotente, incapace, non hai l’energia, non ce la fai. Sono tutte prove che ognuno deve attraversare per affermare che: “adesso so come comportarmi, ho capito il suo messaggio, sono pronto al dialogo senza perdere la calma”, riconoscendo il suo bisogno di affetto, tenerezza, e intimità, di un suo spazio nella relazione dove entrare dolcemente, per sentire la sua gioia. Penso che tutto questo sia la cosa più incoraggiante per un genitore, di simili momenti dovrebbe essere piena la vita, di questo cibo ci dovremmo nutrire ogni giorno, noi e i bambini. Poi viene l’istruzione, imparare a leggere e scrivere, la matematica, la storia, la geografia, l’arte, la musica… Non sono cose morte che gli devono entrare per forza in testa, non richiedono l’imposizione coercitiva, di essere rinchiusi dentro quattro mura scolastiche, non sono soltanto un dovere. Bisogna comprendere che si possono trasformare, che possono essere gradevoli come un gioco, tutto dipende dal modo in cui le poniamo. Avere la capacità di renderle vive ed attuali, coniugandole con la vita reale, la praticità di tutti i giorni. Così si impara a contare i semi, la distanza tra una fila e l’altra, ad aggiungere o togliere, a moltiplicare; si imparano le figure geometriche: il quadrato, la forma del campo, il lato, il perimetro etc. Si impara che un popolo, una nazione ha una storia, che esistono diversi popoli, che tutti ci cibiamo dei frutti della terra … Partendo da semplici cose si arriva ai grandi concetti, per diletto non per dovere. Se si è costretti ad imparare si dimentica subito o si nutre una parte sola del nostro essere, il cervello. L’esperienza rimane relegata ad un ambito teorico. Noi non facciamo scuola da tal ora a tal ora, facciamo scuola sempre, da quando il bambino è nato a quando si confronta con l’istituzione scuola-società-lavoro fino a raggiungere l’autosufficienza sia materiale che psicologica. Ogni tanto capita di formalizzare il momento scuola, di sedere intorno ad un tavolo per scrivere, disegnare, fare i laboratori d’arte, cartapesta, argilla… Ma lo si fa senza interrompere la vita quotidiana. Cerchiamo di dare loro le nostre conoscenze, ciò che ognuno di noi conosce meglio ed è in grado di trasmettere. Tutta la comunità è coinvolta, siamo padri e madri di tutti i bambini, la loro crescita e l’armonia dipendono da tutti. Se un padre o una madre sono stressati faranno ricadere anche sugli altri il loro umore ed allora il problema diventa di tutti. Comprendere queste cose e trovare gli strumenti per relazionarsi fa parte della crescita del gruppo, forgia la comunità, unisce nello spirito. I problemi materiali diventano secondari e si risolvono certamente se si riescono a risolvere quelli relazionali. E’ lì che la comune si evolve, cresce, sperimenta, non c’è altro modo, poiché le dinamiche sono interpersonali, ed è importante la specificità di ognuno. Come il bambino, anche l’adulto ha la sua esperienza, il suo vissuto (…) per potercisi relazionare profondamente va accettato com’è per poi trasformare insieme quel che c’è di contorto, se possibile, piano, piano. Quindi, ognuno di noi applica il proprio metodo, insegna quel che gli piace sapendo che gli altri hanno fiducia in lui-lei, ma sono anche vigili nello stesso tempo affinché non si infliggano al bambino punizioni che non si merita. Spesso il bambino non fa altro che dimostrare il suo disappunto quando non viene ascoltato e non viene preso in considerazione. Bisogna stare attenti a non scaricare su di lui il nostro stato d’animo, il nervosismo, la rabbia, il malessere di cui lui non ha colpa. In quel caso gli altri interverranno per farci capire la nostra proiezione e si relazioneranno con l’adulto con amore capendo il bambino ferito che c’è in lui, non mortificandolo a sua volta com’era stato da parte dei suoi genitori, o dalla maestra o autorità. Quindi, la scuola è la vita, fa parte del processo di crescita, di presa di coscienza del rapporto non solo tra l’adulto e il bambino, ma tra l’individuo e l’intera società, da cui poi dipenderà il comportamento dell’individuo futuro (…). Abbiamo l’intelletto per questo, non per divorare gli altri, diventare aguzzini, carnefici o vittime impotenti. Per cui, se siamo concentrati sulla crescita equilibrata di mente-corpo-psiche e spirito, non avremo (e non avranno i nostri figli) paura di affrontare la società, non avremo (avranno) paura di affrontare il futuro perché saremo (saranno) coscienti delle nostre (loro) azioni (…). Quale futuro per i nostri figli? Quello che loro vorranno. Sapranno farsi valere nella vita. Molta strada l’abbiamo già percorsa assieme, la nostra aspirazione è che vadano oltre. Un genitore può solo accompagnare il figlio fino a che lui non è sicuro di se stesso, poi lo deve lasciare andare per la sua strada. Deve sperimentare, deve sbagliare per poi capire e correggersi. Più cerchi di influenzarlo, più lui farà l’opposto di quel che desideri. Va lasciato libero di percorrere la sua strada, qualunque essa sia – bisogna accettarla. Dudu, uno dei nostri figli, un giorno ci ha detto: “Voi ci avete insegnato l’amore, noi ce lo portiamo con noi ovunque andiamo”. Penso sia la cosa più bella che un genitore può sentirsi dire da un figlio.

2 commenti:

  1. La frase di tuo figlio è una frase che un genitore vorrebbe sentirsi dire dal figlio , con questa frase credo che possiate capire che siete stati veramente dei bravi genitori.
    Leggendoil tuo post ricononsco che molto spesso sbaglio, sono nervosa, stamca per cui urlo e strepito riconoscendo di sbagliare ma la vita di tutti i giorni è molto difficile e certi comportamenti non riesci ad evitali poi con due in certi mo0menti è tutto più difficile. Il tuo post vedrò di rileggermelo nelle giornate un pò agitate che spesso ho per tranquillizzarmi e ricordarmi di mantenere la calma anche se in certe giornate è difficilissimo!

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  2. Cara Debora,mi fa piacere che questo post possa esserti di aiuto o conforto in qualche modo,ma vorrei precisare che è un estrapolato da un'intervista fatta a Mario Cecchi quindi la frase a cui ti riferisci è di suo figlio.Se ti può consolare mi capita anche a me di essere nervosa e non reagire come vorrei,anche per questo mi è piaciuto molto quello che ho postato.Un grande abbraccio.

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